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Super League da 5-6 miliardi di debiti: ecco perché le scissioniste vogliono salvare se stesse e non il calcio

Dicono Florentino Perez del Real Madrid e i suoi compagni d’avventura nella Super League, a cominciare da Andrea Agnelli della Juventus, che con la nuova competizione intendono salvare il calcio, come fossero benefattori dello sport.

In realtà, intendono salvare se stessi dal collasso finanziario. E il Covid in tutto ciò è solo in piccola parte colpevole, anzi si può dire che la pandemia è stata solo una scusa per accelerare decisioni che erano già state prese prima dello scoppio della stessa. Lo dicono, impietosi, i numeri delle 12 big scissioniste.

Le big del calcio hanno aumentato a dismisura la struttura dei costi e degli ingaggi. Nessuna società al mondo, in nessun settore, si può permettere una struttura dei costi di questo tipo. Ma il problema, falsamente, è stato posto sull’aumento dei ricavi, trovando appunto come soluzione la Super Lega che dovrebbe portare 300 milioni aggiuntivi a ognuno dei 12 club. In realtà, la questione è posta male: i 12 club dicono giustamente di essere società private e che proprio per una legge di mercato possono fare ciò che vogliono. Ma non dicono che una qualsiasi società privata, in qualsiasi settore al mondo, deve sottostare a delle regole precise di equilibrio finanziario ed economico. Se non le rispetta (a cominciare dai pagamenti dei fornitori, degli stipendi e al rispetto delle scadenze finanziarie) può essere soggetta all’intervento di un giudice e di un Tribunale. Invece i club del calcio, proprio perché appartenenti a una sorta di casta a cui tutto può essere concesso, godono di privilegi, possono presentare bilanci che farebbero sobbalzare sulla sedia un qualsiasi ragioniere, possono fregarsene di mantenere sotto controllo la struttura dei costi e possono indebitarsi con le banche a loro piacimento, quando invece un’azienda di altri settori ha avuto chiusi i cordoni della borsa.

Ma vediamo i numeri aggregati. Le 12 “big scissioniste” hanno debiti aggregati tra i 5 e i 6 miliardi di euro. Di questi quasi 4 miliardi sono debiti bancari. Hanno inoltre 2,5 miliardi di perdite operative. Secondo un ranking stilato dal sito Swiss Ramble ieri il più indebitato è il Tottenham con più di 700 milioni di sterline di debiti netti, seguito dal Barcellona (più di 400 milioni), dal Manchester Unitred (565 milioni), dalla Juventus e dall’Inter (circa 350 milioni), dall’Atletico Madrid (327 milioni), dal Real Madrid (sotto la soglia dei 300 milioni), dal Liverpool (150 milioni) e via via dalle altre, con il Chelsea, il Milan e il Manchester City meno indebitate delle altre in quanto il loro azionista (il russo Roman Abramovich, lo sceicco Mansour Bin Zayed Al Nayhan ed Elliott) ha fatto diversi aumenti di capitale.

Non è un caso che nella lista non ci siano le big tedesche. Bayern Monaco e Borussia hanno conti in ordine e non hanno bisogno di nuove architetture economiche per risollevarsi. Non c’è neanche il Psg, malgrado Florentino Perez abbia fatto di tutto per avere il club parigino dei qatarini. Ma questi ultimi avrebbero preferito tenersi nell’ombra, in primo luogo perché il fondo sovrano del Qatar è oggi l’unico soggetto finanziario al mondo che può permettersi di gettare miliardi senza pensieri e dall’altra proprio il governo del Qatar sta organizzando i prossimi Mondiali di calcio.

Dunque non è certo il calcio che vogliono salvare le 12 squadre scissioniste. Si può fare un discorso generale e dire che l’Uefa ha grandi colpe e che quindi tutto il sistema andrebbe riformato, mantenendo però i valori, la storia e la tradizione del calcio europeo e il rispetto per i clienti: cioè i tifosi. Però in una riforma generale una parte rilevante dovrà essere quella relativa a una sana gestione dei bilanci. Con la struttura dei costi insostenibile che vogliono le big, il calcio ha una sola strada davanti a sé: quella che porta al baratro.