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I capitali cinesi sulla Lombardia e su energia, reti, aziende strategiche. Il faro del Copasir

La penetrazione di capitali cinesi in Italia, spesso pervenuti in maniera quasi occulta, è in aumento. La spia rossa di avvertimento arriva dalla relazione del Copasir della scorsa settimana. Un dato, quello evidenziato dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, tanto più rilevante alla luce della situazione pandemica: l’economia italiana ed europea sono in affanno, mentre quella cinese, dopo lo scoppio del Covid nell’area di Wuhan e le inevitabili immediate conseguenze economiche, sta ricominciando a galoppare.

In Italia Energia, reti, aziende ad alto potenziale strategico e innovative vedono una grande concentrazione di capitali cinesi. La Lombardia e Milano in particolare sono le aree a maggiore densità di capitali cinesi.

“La penetrazione di capitali provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese in Italia (includendo anche gli investimenti provenienti da Hong Kong e Macao, regioni amministrative speciali sottoposte al controllo cinese) ha mostrato tassi di crescita costanti nel tempo” ha indicato il Copasir.

Sono due i fenomeni sono osservazione:

1) aumento dei flussi di investimenti diretti esteri provenienti dalla Cina;

2) aumento della percentuale di proventi finanziari, derivanti da imprese italiane a controllo cinese che l’azionista di riferimento decide di reinvestire nel nostro Paese, invece che reinviare in Cina.
In merito al primo punto, possono essere considerati i dati forniti da Banca d’Italia circa i flussi di
investimento diretti esteri provenienti dalla Cina in costante incremento nel tempo, da 573 milioni di euro nel 2015 a 4,9 miliardi di euro nel 2018. Contestualmente, in merito al secondo punto i dati di Banca d’Italia mostrano una sensibile diminuzione dei flussi di rimesse verso la Cina (da 237,7 milioni del 2016 a 1,4 milioni nel 2020).

Tuttavia, questo dato deve essere interpretato come meramente indicativo, in quanto i valori di flussi di rimesse tracciati e resi disponibili da Banca d’Italia si discostano notevolmente dai valori reali. Sovente, infatti, le rimesse inviate dall’Italia verso Paesi terzi sono in buona parte frutto di economia sommersa (attività lavorativa in nero ovvero proventi non dichiarati al fisco), ovvero di attività criminali e successivo riciclaggio di denaro contante.

In ogni caso, è facilmente immaginabile che nel tempo gli investitori cinesi si stiano radicando sempre più nel tessuto produttivo nazionale, decidendo di reinvestire in Italia i proventi delle proprie attività.

Per quanto concerne gli investimenti di capitale cinese in aziende italiane, il Copasir li differenzia tra:

1) investimenti in aziende fondate in Italia da soci italiani e che hanno visto successivamente l’ingresso di soci cinesi nel capitale azionario con partecipazioni di rilievo (di controllo ovvero che permettessero di poter intervenire negli assetti di governance e di controllo societario). Si tratta, in questo caso, di investimenti cosiddetti « brownfield », ovvero frutto di riconversione;

2) investimenti in aziende fondate in Italia da cittadini o aziende di nazionalità cinese ovvero filiali di società cinesi. Si tratta in questo caso di investimenti « greenfield »;

3) investimenti finanziari in società italiane quotate, che, pur costituendo investimenti in quote di minoranza, tuttavia, considerata la parcellizzazione del capitale, permettono all’investitore di avere un peso negli assetti societari.

Per quanto concerne i primi due punti, a fine 2019 risultano direttamente presenti in Italia 405 gruppi cinesi, di cui 270 della Repubblica Popolare Cinese e 135 con sede principale a Hong Kong, attraverso almeno un’impresa partecipata. Le imprese italiane partecipate da tali gruppi sono in tutto 760 e la loro occupazione è di poco superiore a 43.700 unità, con un giro d’affari di oltre 25,2 miliardi di euro. In particolare, le 572 imprese italiane a partecipazione cinese occupano oltre 31.000 dipendenti, mentre il loro giro d’affari sfiora i 17,9 miliardi di euro. Le 188 imprese partecipate da multinazionali di Hong Kong occupano invece oltre 12.600 dipendenti e il relativo giro d’affari è pari a 7,35 miliardi di euro. Per contestualizzare il peso delle imprese a partecipazione cinese sul totale delle partecipazioni straniere in Italia, si può ricordare che alla fine del 2017 le imprese a partecipazione cinese rappresentavano il 3 per cento di tutte le imprese italiane a partecipazione estera, mentre la loro incidenza con riferimento al numero dei dipendenti delle imprese partecipate era pari al 2,1 per cento. L’incidenza delle partecipazioni attribuibili ad Hong Kong era invece pari allo 0,8 per cento per entrambi gli indicatori.

Dal punto di vista settoriale, le attività delle imprese italiane a partecipazione cinese appaiono abbastanza diversificate, dividendosi quasi equamente tra i principali comparti. Il maggior numero di imprese partecipate (150) si registra nel settore manifatturiero, che rappresenta però quasi i tre quarti del totale in termini di dipendenti (oltre 22.700). Segue, a grande distanza, il comparto dei servizi, con oltre 4.500 dipendenti in 173 imprese partecipate. Si contano quindi 126 imprese commerciali, con quasi 3.300 dipendenti, mentre i rimanenti comparti (settori primari, costruzioni e utilities) contano in tutto poco più di 500 dipendenti in 142 imprese partecipate (per lo più nel settore della produzione di energia elettrica da fonte fotovoltaica).

Le acquisizioni avvengono, infatti, con sistematicità ad ogni livello, nei settori a più alto valore aggiunto o più strategici. Tra gli attori maggiormente coinvolti, si segnalano multinazionali come StateGrid e ChemChina. La prima ha da diversi anni una significativa quota del 35 per cento nella finanziaria delle nostre reti energetiche elettriche – CDP Reti – che controlla Snam, Terna, Italgas. ChemChina, invece, è detentrice della maggioranza (45 per cento) delle quote di Pirelli & C, società che opera, come noto, nel settore chimico-industriale come produttore di pneumatici per auto mobili, motociclette e biciclette, oltre a materassi e cuscini e rap presenta uno dei principali operatori mondiali nel settore degli pneumatici in termini di fatturato con presenza commerciale in oltre 160 nazioni. In tale società ChemChina esprime il presidente (mentre l’amministratore delegato risulta essere il rappresentante del secondo azionista, Camfin, che detiene il 10,1 per cento dell’azionariato).

Energia, reti, aziende ad alto potenziale strategico e innovative vedono una grande concentrazione di capitali cinesi. Il flusso si è recentemente interrotto con la pandemia da Coronavirus, ma ha in passato creato concentrazioni notevoli: la Shangai Electric Corporation ha comprato – già nel 2014 – il 40 per cento di Ansaldo Energia (con sede a Genova), mentre quote di Eni, Tim, Enel e Prysmian sono sotto il controllo della People’s Bank of China, la banca centrale della Repubblica Popolare Cinese.

Nel comparto manifatturiero, il maggior numero di imprese a partecipazione cinese si riscontra nel settore delle macchine e apparecchiature meccaniche (ben 57 imprese partecipate, con oltre 8.000 dipendenti). Seguono, per numero di dipendenti delle imprese partecipate, il settore dei prodotti in gomma e plastica (oltre 3.000, grazie soprattutto alle attività industriali del gruppo Pirelli) e quello dei prodotti farmaceutici, elettronici e ottici (2.360 dipendenti).

Superano la soglia dei 1.000 dipendenti anche la metallurgia, gli altri mezzi di trasporto, i prodotti di metallo, l’automotive e i prodotti elettrici, questi ultimi grazie all’acquisizione di Candy Hoover Group S.r.l da parte del gruppo Haier, avvenuta nel 2019, e del gruppo di cantieristica nautica Ferretti, leader mondiale nella progettazione, costruzione e vendita di yacht di lusso. Un comportamento non dissimile da quello delle altre multinazionali presenti in Italia si ha anche con
riferimento alla distribuzione territoriale delle imprese partecipate cinesi, concentrate per i 4/5 del totale nelle regioni settentrionali. Spicca la Lombardia, che ospita 258 imprese a capitale cinese, pari a oltre il 46 per cento del totale. Seguono il Lazio con 68 imprese, l’Emilia-Romagna con 54, Piemonte e Veneto con 40 ciascuna. La Lombardia guida anche la graduatoria relativa al numero di dipendenti (quasi 11.700 pari al 45 per cento del totale), seguita da Emilia-Romagna (oltre 4.300), Piemonte (circa 4.200), Veneto (quasi 3.900) e Liguria (poco meno di 3.000). L’incidenza di queste cinque regioni supera l’87 per cento.

Riguardo alle modalità di ingresso, infine, si rileva come circa la metà delle imprese a partecipazione cinese censite dalla banca dati siano state oggetto di investimento greenfield. Negli altri casi, l’investimento cinese ha invece avuto luogo tramite l’acquisizione di attività preesistenti. Gli investimenti greenfield sono nettamente prevalenti nel caso di attività commerciali o di servizio, mentre nel caso di attività mani fatturiere l’ingresso delle imprese cinesi sul mercato italiano avviene sempre più spesso attraverso l’acquisizione di attività preesistenti (talvolta indirettamente, attraverso l’acquisizione di un gruppo estero con attività produttive in Italia), ancora una volta in analogia con il comportamento delle altre multinazionali presenti in Italia.

Per quanto riguarda gli investimenti di società cinesi in imprese quotate in Italia di grandi dimensioni, i cinesi detengono – come detto – la maggioranza di Pirelli & C. S.p.A., ma hanno quote di minoranza in Eni, Intesa SanPaolo, Prysmian, Saipem, Moncler, Salvatore Ferragamo, Prima Industrie.

Per completezza pare utile evidenziare che quanto sopra esposto riguarda esclusivamente gli investimenti diretti realizzati da soggetti cinesi in Italia. Tuttavia, nell’ambito degli investimenti di capitali cinesi nel nostro Paese, non si possono trascurare gli investimenti effettuati attraverso fondi di investimento, società di gestione del risparmio, società fiduciarie italiane ed estere o società finanziarie, le quali in qualche modo schermano l’identificazione del titolare effettivo degli investimenti.

Si pensi che il fondo sovrano cinese China Investment Corporation (Cic) realizza i propri investimenti in Europa prevalentemente attraverso alcune catene societarie di diritto lussemburghese. In tali casi è difficile intercettare l’origine dei fondi e ricondurre l’azionariato delle aziende italiane oggetto di investimenti a soggetti cinesi.

Infine, pare opportuno registrare che sul territorio italiano operano – secondo i dati del Registro delle Imprese – 50.797 imprenditori nati nella Repubblica Popolare Cinese. In base ai dati raccolti, quasi 20.000 imprenditori cinesi sono attivi nel commercio e 17.000 nel manifatturiero. Ci sono poi oltre 7.000 imprese dell’hotellerie e ristorazione, e oltre 4.000 nei servizi alla persona. E se il manifatturiero si concentra in Toscana (7.485 imprese su 17.572 in Italia, pari al 42,5 per cento del totale), la Lombardia è prima per presenza di ristoratori e baristi (2.564 imprenditori su 7.131,
pari al 36 per cento nazionale) e di fornitori di prestazioni alla persona (1.908 su 4.775, il 40 per cento). I settori dove la presenza cinese è forte sono senza dubbio il commercio, i venditori-ambulanti, il manifatturiero e la ristorazione-bar.

Nella sola Lombardia, che conta complessivamente oltre 10.000 imprese cinesi, alle spalle di Milano si
collocano per numero di imprenditori attivi le province di Brescia (1.019), Mantova (757), Bergamo (684), Varese (573) e Monza Brianza (535). Per tasso di crescita negli ultimi sei anni domina in Lombardia la provincia di Monza Brianza che segna un +80 per cento. Segue Lecco (+68 per cento), Lodi (+60 per cento) e Como (+57 per cento). Milano, dove la comunità cinese è tradizionalmente molto presente, negli ultimi sei anni ha visto aumentare le imprese cinesi del 38 per cento. A livello regionale, in base agli ultimi dati disponibili, le imprese cinesi in Italia si concentrano soprattutto al Centro-Nord, in parti colare in Toscana, Lombardia e nel Veneto. Interessante notare come negli ultimi anni si sia registrato un boom in Campania, dove le imprese cinesi sono cresciute del 46 per cento. L’imprenditoria straniera in Italia nel 2017 è stata pari all’8,8 per cento del totale, mentre nel 2009 era soltanto pari al 6,2 per cento, dimostrando in tale contesto una crescita costante. Le attività di commercio al dettaglio sopra citate hanno, ovvia mente, impatti positivi anche nel settore degli immobili commerciali, che beneficiano di tale presenza capillare sul territorio italiano e, in alcune grandi città, dove gli esercizi commerciali dei centri storici hanno preferito spostarsi verso le aree periferiche e i grandi centri commerciali, gli imprenditori cinesi hanno occupato gli spazi lasciati vuoti dalle attività al dettaglio gestite da imprenditori italiani.

  • LAURA TRENTADUE |

    Ottimo report. Solo una precisazione: è vero che Shanghai Electric nel 2014 acquistò il 40% della nostra Azienda, Ansaldo Energia. Tuttavia da Luglio del 2020 la partecipazione è scesa al 12%. Saluti. Laura Trentadue – Comunicazione & Relazioni Esterne di Ansaldo Energia.

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