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Unicredit rimanda al mittente (cioè il Tesoro) le possibili nozze con Mps

Per ora Unicredit rimanda al mittente, quindi al Governo, l’ipotesi di diventare cavaliere bianco per il gruppo Mps. Nel frattempo quest’ultima apre ufficialmente il cantiere del capitale, dopo aver chiuso l’ennesimo trimestre in profondo rosso, contabilizzando, da inizio anno, 1,54 miliardi di euro di perdite.

La banca senese sta infatti lavorando alla revisione del capital plan per le iniziative di rafforzamento patrimoniale “in corso di valutazione” che dovranno tener conto “degli accantonamenti per rischi legali contabilizzati nel trimestre, degli impatti del deal con Amco e delle future implicazioni del contesto regolamentare e macroeconomico”.

Le analisi sono in corso, ha precisato Mps, “con il pieno supporto dell’azionista di controllo,” cioè del Tesoro, che detiene il 68% del capitale e che vorrebbe accasare Siena sotto la più grande e solida Unicredit in modo da risolvere una volte per tutte i problemi della banca. L’operazione si scontra però, da un lato, con la pervicace opposizione dell’ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, ribadito anche oggi (“il nostro piano è senza M&A”) e dall’altro trova ostacoli politici nel M5S che, al pari dei sindacati, punta su una proroga dei termini per l’uscita dello Stato per poi aggregare Siena assieme alle malconce Carige e Popolare di Bari.

Gli analisti del resto hanno tutti bocciato l’operazione Unicredit-Mps. Si tratterebbe di un salvataggio voluto dal Tesoro, dove alla fine gli azionisti di Unicredit non avrebbero alcun vantaggio, anzi. Così gli esperti di Exane spiegano che un’eventuale operazione farà male agli azionisti di Unicredit.

Le voci, peraltro smentite dal Tesoro, su un aumento da 2,5 miliardi per Mps sono state bocciate dagli analisti negli scorsi giorni, nel caso di un successivo matrimonio con Unicredit: secondo Exane la dote fiscale da 3 miliardi non servirà all’istituto guidato da Mustier. In caso di combinazione, dice invece Equita, la zavorra legale sulle spalle del gruppo milanese raddoppierebbe a 21 miliardi. E il Mef salirebbe al 17% dell’istituto milanese e quindi da banca internazionale piazza Gae Aulenti diventerebbe un istituto partecipato dallo Stato.

Dal canto suo l’ad Guido Bastianini, voluto dal M5S, tira dritto e lavora alla messa a punto di un piano industriale stand alone che si dice potrebbe avere 3 mila esuberi in cinque anni, la metà di quelli che porterebbe una fusione con Unicredit. Qualsiasi sia la strada che Mps prenderà, la prenderà con 8,1 miliardi di npl in meno, visto che la chiusura della scissione con Amco avverrà, ha garantito l’ad, “all’inizio di dicembre”. Le comfort letter delle tre banche di affari, che certificano la possibilità per Mps di collocare sul mercato almeno il 30% dei rischiosissimi bond At1 con cui puntellare il capitale, sono state raccolte e verranno inviate “dopo il 10 di novembre” alla Bce, che ne ha fatto richiesta per autorizzare l’operazione.

L’emissione dei bond – ne sono previsti 700 milioni – non sarà semplice, visto che non pagano le cedole a doppia cifra che promettono in caso di perdita della banca. I detentori dei meno rischiosi bond At2 già in circolazione sono “molto nervosi”, ha fatto notare un analista in conference call, per il rischio di trovarsi travolti da un bail nel caso in cui il supporto del Mef si traducesse in aiuto di Stato. La decisione sul capitale, si parla di circa 1,5 -2 miliardi tra aumento e bond – verrà presa “entro un mese”, ha detto il cfo Giuseppe Sica. Mps deve fare i conti con un patrimonio che si sta assottigliando a causa delle perdite e dell’operazione Amco: il Cet1 transitional è sceso al 12,9%, a fronte dell’8,8% chiesto dalla Bce, e si ridurrà di un altro 1,3-1,4% con l’operazione Amco.

A pesare sui conti dell’esercizio sono stati 768 milioni di accantonamenti, in gran parte per rischi legali, aumentati dopo la condanna di Alessandro Profumo (attualmente amministratore delegato dell’azienda di Stato Leonardo-Finmeccanica) e Fabrizio Viola nel processo sui derivati di Milano, e le perdite su crediti, salite a 621 milioni, con 300 milioni di euro di accantonamenti extra legati al Covid. Ma preoccupano gli analisti anche i 15 miliardi di moratorie concesse, che potrebbero andare a rialimentare lo stock di npl, destinato a scendere al 4% del totale dei crediti dopo l’operazione Amco. E se il terzo trimestre ha dato segno ripresa sotto il profilo operativo, nel corso dei primi 9 mesi del 2020 i ricavi sono comunque scesi del 9,3%.