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L’offerta di Salini per Astaldi butta la palla avanti fino a marzo: ma manca l’investitore e il sì delle banche

L’arrivo dell’offerta di Salini in Zona Cesarini fa guadagnare altro tempo al salvataggio di Astaldi, prima dell’eventuale amministrazione straordinaria. Salini ha presentato un’offerta per Astaldi, attraverso un aumento di capitale per 225 milioni, per il 65% del capitale post aumento di una società “sostanzialmente” senza debito. L’offerta è condizionata tra l’altro al “contributo di coinvestitori di lungo periodo” e “alla disponibilità delle banche di concedere linee di credito” ad Astaldi.

L’operazione di Salini su Astaldi mira ad avere le caratteristiche di “un’operazione di sistema volta anche a consolidare il settore delle grandi opere e delle costruzioni”, per garantirne “stabilità e sviluppo, continuità dei lavori di opere anche strategiche, rafforzamento delle capacità progettuali e industriali tali da proiettare la società così rafforzata in un futuro da protagonista in Italia e all’estero”. Lo specifica la società, spiegando che il suo supporto al piano concordatario di Astaldi “rappresenta un’opportunità per creare uno dei maggiori operatori globali con un portafoglio commesse Epc (engineering, procurement and construction) combinato di circa 33 miliardi e oltre 45 mila dipendenti”.

Ma è lecito farsi delle domande. Salini ha presentato un’offerta senza due condizioni importanti: 1) mancano gran parte dei soldi per l’operazione, che dovrebbero essere dati da alleati finanziari. La Cdp, se mai decidesse di gettare un salvagente, oppure altri investitori finanziari. 2) Manca il via libera delle banche che dovrebbero convertire il loro debito in parte, preferendo questa ad altre soluzioni.

Quindi che succederà? L’opzione più probabile è che venga buttata ancora la palla avanti, probabilmente fino a fine marzo, per vedere se tutti i dettagli del mosaico andranno al loro posto (o meno).