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Elliott all’attacco chiede revoca di 6 amministratori Telecom: ma manca l’Ad Genish. Gli analisti: contesa utile per il titolo

Sorpresa nella richiesta di integrazione dell’ordine del giorno dell’assemblea Telecom del 24 aprile da parte di Elliott. Nella lista per la revoca dei 6 amministratori inviata dal fondo americano manca infatti il nome dell’amministratore delegato Amos Genish. Elliott dunque formalizza lo scontro con Vivendi in vista dell’assemblea, ma per ora non chiede la revoca del capoazienda.

Telecom ha infatti ricevuto da Elliott International LP, Elliott Associates LP e The Liverpool Limited Partnership richiesta di integrazione dell’agenda dei lavori dell’assemblea degli azionisti, già convocata per il 24 aprile. Elliott chiede di inserire in ordine del giorno la revoca di sei amministratori: Arnaud Roy de Puyfontaine, Hervé Philippe, Frederic Crepin, Giuseppe Recchi, Felicite Herzog e Anna Jones.

Questi i nomi invece proposti da Elliott per la sostituzione: Fulvio Conti, Massimo Ferrari, Paola Giannotti De Ponti, Luigi Gubitosi, Dante Roscini e Rocco Sabelli. La battaglia di Elliott è infatti quella per un board assolutamente indipendente.

Come mai non è dunque presente il nome di Genish? Il piano presentato da Elliott non vedrebbe Genish come obiettivo principale in quanto non ci sarebbero particolari rilievi verso il manager. Quindi ci sarebbero differenti versioni per interpretare la mossa. Secondo la versione più gettonata Elliott punterebbe a revocarlo in un secondo momento, visto che Genish non è stato nominato in assemblea. Me Elliott potrebbe anche essere disponibile a mantenere Genish al suo posto, nel caso non ci fossero particolari rilievi al suo operato e nel caso si dimostrasse utile a mediare con Vivendi.

LA contesa potrebbe essere di supporto al titolo. Lo ipotizzano ad esempio gli analisti di Equita per i quali “l’azione tratta a multipli compressi (5.7-5.3x EV/EBITDA e 11-10x Adj PE 2018-19) anche per i temi legati a governance e capital structure, visto che i fondamentali sono stati in netto miglioramento nel 2017, sia in Italia che in Brasile”.

In ogni caso sembra che la battaglia sia all’inizio, quella che in gergo tecnico viene definita proxy fight.

Il fondo Elliott, secondo quanto indica l’Ansa, non vuole solo cambiare la governance di Tim ma ha altre tre richieste – presentate all’ad Amos Genish nell’incontro durante il road show -: il pagamento del dividendo già da quest’anno, la conversione delle azioni di risparmio e il deconsolidamento della rete. Il manager ha già chiarito il suo pensiero, in parte anche durante la presentazione dei conti: le azioni suggerite dal fondo americano non sono percorribili. Per quanto riguarda la conversione delle risparmio va portata al voto in assemblea (e questa potrebbe essere una delle integrazioni all’ordine del giorno che Elliott sta valutando di aggiungere, avendo tempo fino a martedì prossimo). Un ritorno al dividendo – che Elliott potrebbe ‘accelerare’
con una richiesta di dividendo straordinario – non è escluso ma Genish ha già spiegato al mercato che per essere sostenibile devono essere raggiunti gli obiettivi del piano triennale al 2020. “Penso saremo in grado di tornare al dividendo nell’arco dei prossimi tre anni, se raggiungeremo gli obiettivi lo
prenderemo in considerazione” aveva dichiarato Genish.
Infine la Rete, anche secondo gli analisti la ‘gallina dalle uova d’oro’ con una stima del rapporto tra ebitda/ricavi al 52%: sarebbe di breve respiro il beneficio di una separare con la cessione proporzionale delle quote. L’ufficio studi di Mediobanca ha teorizzato una ‘case history’, raffrontandola con
i dati di Openreach, la business unit di Bt Group. Nell’esercizio 2016/17 Openreach ha sviluppato un fatturato di 5.954 milioni (di cui 3.546 milioni internamente) con un rapporto tra ebitda e ricavi netti del 51,5%, il valore piu’ elevato tra le business unit di Bt. Questo lascia ipotizzare che
la Netcom di Tim (fonte Mediobanca Securities) potrebbe avere un fatturato di 3.500 milioni, un mol di 1.800 milioni e un rapporto mol/fatturato al 52% (con 20mila dipendenti e 127 milioni di km di cavi e fibra)o ne discusso ne approvato dal cda”.
Infine la disponibilità del presidente Arnaud De Puyfontaine, letta da qualcuno come un passo indietro viene interpretata – da chi conosce il manager francese – piuttosto come un’apertura nei confronti del mercato.