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Addio a Fabrizio Carretti, gigante del private equity

Ci sono pezzi che non si vorrebbe mai scrivere. Ci ho pensato un giorno intero e poi ho deciso di mettermi al computer per ricordare soprattutto un amico, ma anche uno dei giganti del private equity italiano, Fabrizio Carretti, scomparso prematuramente ieri.

Ho conosciuto Fabrizio nel 2002. Lui era un brillante giovane banker di quella fucina di talenti che è stata Lehman Brothers Italia. Io ero arrivato da circa un anno al Sole 24 Ore. Mi dovevo incontrare per un’intervista con Ruggero Magnoni e Vittorio Pignatti, a quei tempi responsabili della banca statunitense in Italia, nella storica palazzina di piazzetta del Carmine a Milano. Nell’ufficio a un certo punto era entrato lui: “Uno dei nostri giovani talenti più limpidi” era stata la presentazione.

Diventammo subito amici. Per un periodo era diventato un nostro appuntamento fisso il pranzo in un noto ristorante in piazza Del Carmine dove Fabrizio mi snocciolava in modo enciclopedico dati sul mercato delle fusioni e acquisizioni. Io provavo a carpirne segreti e notizie, ma alla fine lui gentilmente e bonariamente non mi diceva mai nulla. Suo nonno faceva il giornalista sportivo. Quindi alla fine parlavamo d’altro: la nostra vita personale, le nostre passioni e le nostre aspettative future.

Avevamo una passione in comune: il tennis. Anche lui passava le ore a leggere le notizie del circuito su un sito specializzato diretto da Ubaldo Scanagatta: Ubi Tennis. Così discutevamo dell’ultimo match di Federer e di Nadal e di quanto quell’anno sarebbe piaciuto ad entrambi andare a assistere agli incontri di Wimbledon. Lui era un ottimo giocatore, io giocavo sicuramente molto peggio di lui. Ci siamo ripromessi diverse volte di sfidarci in un match, ma non ci siamo mai riusciti.

Dopo la crisi di Lehman Brothers ci eravamo persi di vista per circa un anno. Lo avevo chiamato in un dicembre di tanto tempo fa e mi rispose al cellulare dal mare, in qualche posto tropicale che ora non ricordo, dove si trovava con la futura moglie. Mi disse: “Presto ci rivediamo, ma prima devo chiudere un dossier più urgente”. Era il matrimonio, visto che dopo alcuni mesi si sarebbe sposato.

Ci ritrovammo al suo arrivo a Permira, uno dei private equity internazionali più radicati sul mercato italiano. Qui divenne in poco tempo responsabile della sede italiana, oltre che uno dei manager più noti a livello italiano ed europeo. Fabrizio è stato il regista dell’acquisizione della maison Valentino, quando nel 2007 il fondo Permira comprò la griffe (che aveva in pancia anche la più grande e redditizia Hugo Boss) dalla famiglia veneta Marzotto. Al momento della scalata la sola maison romana aveva un giro d’affari di 260 milioni. E tutti pensavano che Permira avesse strapagato. Ma Permira riuscì a far crescere in modo perentorio l’azienda e in poco tempo si trattò di una delle maggiori creazioni di valore mai viste nel settore del private equity: Permira cedette poi Valentino ai reali del Qatar con una grande plusvalenza.

Fabrizio era non solo un amico, ma una grande persona. Quando nel 2017 Permira stava per comprare La Piadineria, non si sentì bene. Ebbe la forza di concludere il deal, prima di correre in ospedale per l’operazione. E’ stato una roccia. Sapeva benissimo quale era la sua situazione, ma ha lottato oltre le capacità umane, anzi a chi lo incontrava dava l’idea che alla fine avrebbe vinto lui quella partita. Ha costituito una Fondazione all’ospedale Humanitas. In questi tre anni non si è mai fermato: era un europeista convinto e odiava i populisti. Mi ricordo del racconto dell’episodio del suo incontro a un convegno con Geert Wilders, fondatore e leader del Partito per la Libertà olandese. Mi sono rimaste impresse le parole con le quali aveva messo in difficoltà il leader razzista: “Oggi ho avuto la prova che quelle che dice sono tutte grandi cretinate”.

Poi ci siamo sentiti al telefono. Ancora a parlare soprattutto di tennis. Sembrava lo stesso di sempre. Lo ho incontrato, per caso, per l’ultima volta all’ospedale Humanitas. Era insieme a suo fratello e come sempre aveva un sorriso contagioso. Se ne è andato in uno dei momenti peggiori della nostra umanità, in epoca di pandemia. Ciao Fabrizio, quel match che ci eravamo ripromessi di fare, lo giocheremo in paradiso.

  • Chiara |

    Certi racconti fanno rabbrividire…

  • Augusto Bonato |

    Persona molto bella e ricordo come di un fratello. Grazie

  • Clemente |

    Grande professionista. Grande umanità. Grande energia vitale. Grande Papà. Come pochi sapeva prendersi non troppo sul serio e questo lo rendeva speciale.

  • Nicolo' |

    grazie Carlo di questo bellissimo ricordo di Fabrizio. Tante volte ci siamo confidati come avversari sul campo ma con grandissimo rispetto reciproco. Sempre, dai nostri incontri, emergeva la sua passione, la sua professionalita’ e la sua integrita’ di persona per bene. Un grande uomo. Ciao Fabrizio mi mancherai.

  • Chiara |

    Fabrizio era una grandissima persona dal punto di vista professionale e umano. Grazie per questo bel ricordo!

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