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Bloomberg: le imprese statali cinesi guardano all’Europa. Intanto Pechino accelera sull’Africa

Le imprese statali cinesi si stanno preparando a una campagna di acquisizioni a sconto in Europa? E’ la domanda che ci si può porre dopo aver letto l’autorevole agenzia di stampa internazionale Bloomberg (nell’articolo China’s Corporates Are Gearing Up in Europe for M&A Bargains) che ha sentito alcune fonti informate sul tema. La domanda sorge mentre proprio negli Stati Uniti Donald Trump attacca la Cina per aver, a suo dire, nascosto la gravità del virus e l’intelligence americana sta effettuando indagini per capire la possibili cause del contagio come un incidente in un laboratorio cinese.

Secondo Bloomberg, colosso internazionale dei media anch’esso statunitense, i gruppi cinesi potrebbero guardare ad acquisire le aziende europee che sono state colpite severamente dalla crisi economica correlata alla pandemia. Secondo quanto riportano alcune fonti in banche d’affari internazionali di recente c’è stata una forte richiesta da parte di gruppi cinesi di valutare target e dossier in Europa. Il tema è anche legato al crollo dei mercati: l’MSCI Europe Index è sceso a picco nell’ultimo mese con un crollo superiore al 23 per cento. Alcuni settori sono stati totalmente massacrati come il trasporto aereo e il turismo.

La maggioranza dei potenziali acquirenti cinesi sono aziende statali. Tre anni fa proprio il presidente Xi Jinping, dopo aver predicato per diverso tempo la crescita interna alla Cina, aveva motivato i colossi statali a cambiare strategia: l’imperativo era espandersi all’estero con acquisizioni, in particolare in Europa e Africa, visto che nel frattempo diventavano sempre più problematiche la acquisizioni negli Stati Uniti per i veti governativi della Casa Bianca.

In ogni caso c’è da dire che un’espansione cinese non passerebbe inosservata e probabilmente verrebbe stoppata. L’Unione europea e i suoi membri stanno prendendo contro-misure per proteggere gli asset strategici e la tecnologia. Fra gli altri il Governo italiano ha esteso i poteri della Golden Power, allargandolo dopo aver protetto settori come banche, assicurazioni, energia e farmaceutico. In particolare secondo Bloomberg, nel mirino ci sarebbero le aziende spagnole e italiane. I due Paesi saranno tra quelli che, secondo il Fondo monetario internazionale, avranno un calo peggiore del prodotto interno lordo nel 2020: -9% per l’Italia per poi registrare un limitato rimbalzo nel 2021 a +4,8%, mentre la Spagna avrà un -8 per cento. Al contrario il Pil cinese dovrebbe crescere dell’1,2% quest’anno per poi rivolare con un tasso del 9% nel 2021.

La fame dei grandi gruppi cinese per asset internazionali del resto non si è mai sopita, nemmeno durante il periodo più grave della crisi da coronavirus a Wuhan. Il fondo statale cinese CNIC Corp sta trattando l’acquisto di una quota del 10% nel gruppo indiano Greenko Group. Tra gli altri gruppi finanziari più attivi c’è il gruppo di private equity Fosun, che tramite una controllata, la Shanghai Yuyuan Tourist Mart Group Co., quotata a Shanghai, ha rilevato il 55.4% del gioielliere transalpino Djula per 210 milioni di yuan. Ovviamente i settori che potrebbero più interessare alle aziende statali cinesi sono altri: in particolare energia e infrastrutture.

Ma in questi settori, a cominciare dall’Italia, sono state erette le barricate con il golden power per vietare ingressi dall’estero. Nel frattempo, le relazioni tra la Cina e l’Italia restano buone. Il ministro degli esteri Luigi Di Maio ha accettato gli aiuti tecnici cinesi, a cominciare dalle mascherine, anche se alcuni lotti delle suddette si sono poi dimostrati inutilizzabili.

La Cina del resto non è nuova ad affrontare epidemie al di fuori dei suoi confini. Lo ha già fatto in Africa con l’Ebola, virus che ha provocato la morte di oltre 4 mila persone. Pechino ha inviato centinaia di operatori umanitari e ha investito un centinaio di milioni di dollari in aiuti medici. E lo ha fatto in modo non proprio disinteressato. Secondo la rivista di geopolitica Limes, “l’Impero del Centro è il primo partner commerciale dell’Africa, con cui l’interscambio commerciale è pari a 200 miliardi di dollari. Nel Continente Nero, il Dragone rosso acquista soprattutto grandi quantità di petrolio e altre risorse minerarie, necessarie per alimentare la sua crescita economica. In cambio, i paesi africani ottengono finanziamenti, aiuti e investimenti, in particolare nel settore delle infrastrutture. Non tutti gli abitanti accolgono con piacere la presenza delle compagnie cinesi. Del resto, l’interazione tra Pechino e gli Stati africani si basa sul principio di non ingerenza negli affari di altri paesi, che consente di aggirare i problemi riguardanti la tutela dei diritti umani che affliggono gran parte del Continente Nero. Inoltre, alcune aziende dell’Impero del Centro preferiscono assumere propri connazionali per lavorare in Africa, anziché cittadini del posto. Circa un milione di cinesi abitano nel Continente Nero, ventimila vivono in Guinea, Sierra Leone e Liberia, ma al momento nessuno di loro ha contratto l’Ebola”.