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Emergenza coronavirus, ecco come cambiano le strutture di finanziamento delle grandi acquisizioni

La grande finanza mondiale cerca di correre al riparo e le architetture delle grandi acquisizioni cambiano struttura. E’ quello che sta succedendo su transazioni di leverage buyout il cui signing (ossia la firma preliminare prima del cosiddetto closing) è stato fatto nei mesi passati: da Golden Goose (passata da Carlyle a Permira), fino a Engineering (dove ha fatto il suo ingresso Bain Capital) e Gamenet (rilevata dal private equity internazionale Apollo), solo per citare tre delle operazioni più note. Così a cambiare in questi giorni non sono soltanto i target di investimento (da settori come moda e retail, tra i più colpiti dal blocco sanitario, ad altri più stabili come alimentare, infrastrutture, farmaceutico e hi-tech) ma muta anche il modo di confrontarsi con il mondo bancario e con gli investitori istituzionali, i principali interlocutori e finanziatori dei fondi di private equity nelle transazioni di acquisizione.

Le grandi banche d’affari, italiane straniere, stanno monitorando giorno per giorno la situazione del mercato. Come in altre grandi crisi, nel 2008 e nel 2011, le opzioni di finanziamento per i grandi leverage buyout si stanno progressivamente chiudendo. I leverage buyout, che sono ancora in trattativa, potrebbero essere messi in stand by, soprattutto quelli nei settori più colpiti dalla crisi: basta pensare al turismo e per esempio alla cessione del gruppo Lastminute al fondo Triton. Per tutti gli altri, per i quali era già stato siglato un accordo preliminare (il cosiddetto signing) si cercano nuove strade. Il mercato ha infatti perso per il momento la sua principale forza: cioè la forte liquidità.

Fino al giorno prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria, il finanziamento di un leverage buyout era infatti abbastanza semplice: le banche fornivano un impegno formale a sostenere l’operazione e si arrivava alla firma finale dell’accordo (il closing) con la possibilità da parte delle banche stesse di fornire un prestito ponte (definito bridge). Ma quest’ultimo non veniva però mai attivato dalle banche, in quanto veniva subito emesso un altro strumento sottoscritto da investitori istituzionali specializzati in debito: di solito un bond high yield oppure il cosiddetto Tlb (Term loan), un prestito a termine comprato sempre da investitori istituzionali, ma che a differenza di un bond non ha un rating e non ha un prezzo pubblico sulla piattaforma Bloomberg.

Ma con lo tsunami del coronavirus, tutto è cambiato in qualche settimana. Per i due strumenti non c’è mercato al momento e ora le banche dovranno fornire finanziamenti ponte (quindi bridge) per tutte le transazioni di leverage buyout già approvate negli scorsi mesi dai comitati crediti. Questi stessi finanziamenti potranno essere trasformati, di solito nel giro di circa un anno, in bond high yield oppure term loan. Nelle crisi passate, quelle del 2008 e del 2011, è stato assodato che il settore che si è prima ripreso è stato proprio il secondo, cioè quello dei term loan, in quanto più adatti alle esigenze degli investitori istituzionali. Probabile che sia così anche questa volta.