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Il boss di Carlyle davanti a 1000 investitori avverte l’Italia su recessione e isolamento politico

Altro che capitali cinesi o russi. Lo spostamento del baricentro della politica economica del Governo, verso la via della Seta oppure verso Mosca, con chimere di miliardi che arriverebbero nei nostri confini, sono stati spazzati via da una semplice slide sulla situazione italiana, che ha avuto sugli investitori internazionali un effetto maggiore di qualsiasi propaganda. Teatro della vicenda è stata una affollatissima sala di Berlino, in occasione del convegno globale degli investitori internazionali, un evento che si svolge una volta all’anno e raggruppa tutti i maggiori fondi al mondo.

Non si tratta di un concetto nuovo: Italia in recessione e in isolamento politico. Ne hanno parlato giornali e agenzie internazionali. Ma mostro la slide in questa rubrica perché a presentarla non è stato un uomo qualsiasi ma David Rubenstein. Un nome che per molti non dice nulla, ma che tra i maggiori investitori del mondo dice tutto. E’ presidente e co-fondatore del fondo americano Carlyle, fondato nel 1987 assieme a William Conway Jr e Daniel D’Aniello. Carlyle ha un patrimonio complessivo di oltre 200 miliardi di dollari e una storica vicinanza agli ambienti governativi repubblicani: sede a Washington, ha puntato nel tempo su su una lista di ex funzionari di governo di altissimo livello, scelti soprattutto nei ranghi delle amministrazioni Bush e Reagan, facendo diventare il fondo una vera macchina per creare quattrini. Insomma, Rubenstein è un uomo che muove tanti soldi e li fa muovere anche da parte di altri centinaia di investitori che seguono le sue mosse.

Rubenstein è infatti un guru per tutti gli altri investitori internazionali: a Berlino, alcune settimane fa, si è svolto il convegno annuale degli investitori globali: presenti tutti i private equity e fondi sovrani del mondo per parlare di mercati finanziari, macro-economia e situazione geo-politica. Insomma, dove conviene investire e quali sono i rischi.

A molti dei presenti, soprattutto ai manager italiani, non è sfuggita la slide numero 17 della presentazione di Rubenstein. A proposito di una possibile recessione in Europa, ancora non in corso, la ricerca mostrata da Rubenstein mostrava un indice dell’ottimismo europeo. I più ottimisti rispetto al passato trimestre erano soltanto l’11%, mentre i meno ottimisti erano ben il 54,9%. Quelli che non avevano cambiato opinione il 34,1%. I riflettori sono puntati sulla frenata dell’economia tedesca, fino ad oggi locomotiva dell’Europa. Ma una frase è dedicata anche all’Italia: «Italy suffers recession alone in economic, political isolation». Cioè «l’Italia è per ora l’unico Paese europeo a soffrire la recessione con un isolamento politico».

Il parterre di spettatori della presentazione di Rubenstein, era rappresentativo dei 1000 maggiori investitori al mondo: difficile quantificare la somma di denaro gestito presente in quell’affollata e grande aula berlinese, ma a spanne si potrebbe parlare di una somma compresa tra mille miliardi e 5mila miliardi di dollari. Mille investitori che si sono sentiti dire che l’economia italiana è in difficoltà e che il governo del Paese è isolato. Una cosa è infatti leggerlo su qualche giornale o qualche agenzia internazionale: Bloomberg aveva dedicata a questo tema ampio spazio. Ma sentirlo dire da Rubenstein ha fatto un altro effetto sui presenti. Il pensiero degli italiani presenti nell’aula è andato proprio alla capacità di attrarre investimenti da parte del Paese: gli investimenti esteri, dei grandi fondi internazionali, sono assolutamente necessari, in quanto l’Italia non può resistere finanziariamente da sola e neanche cercando gli investimenti, seppur importanti, di Paesi come la Cina e la Russia. Nel convegno, partendo da questo punto, il tema dell’Italia ha dunque tenuto banco tra i presenti.

Il problema è appunto quello della fiducia. L’Italia attrae ancora importanti investitori nel mondo, ha un tessuto produttivo di Pmi eccezionale, non secondo a nessuno, aziende dedicate all’export e tecnologicamente evolute. Ma queste stesse aziende hanno bisogno di investimenti, spesso tramite finanziamenti ed equity estero. Ma se gli investitori esteri non trovano una situazione geo-politica attraente evitano spesso di investire in un’azienda o in un Paese. Servono dunque regole certe (gli investitori odiano i cambiamenti in corso d’opera) e crescita economica, che si può ottenere solo con le riforme e con interventi strutturali. In caso contrario le due parole “sinistre” esposte da Rubenstein, “recessione e isolamento politico”, risuoneranno come un pericoloso avvertimento.