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Ecco perché le “big oil” stanno guardando l’energia verde di Rtr Rete Rinnovabile

I grandi gruppi petroliferi si danno anche all’energia verde. E’ davvero una svolta quella a cui si sta assistendo? La cessione dell’italiana Rtr Rete Rinnovabile, una delle maggiori cessioni europee degli ultimi anni per il settore, sarà un banco di prova. La vendita è stata organizzata dal private equity internazionale Terra Firma sui suoi asset fotovoltaici italiani confluiti nel gruppo Rtr Rete Rinnovabile.

E tra i possibili compratori ci sarebbero appunto i gruppi petroliferi, da Eni fino a Bp (l’ex-British Petroleum).

Ma perché un gruppo petrolifero dovrebbe investire sulle rinnovabili? Le «oil company» stanno cercando di diversificarsi nel settore dell’energia pulita, ma hanno bisogno da una parte di fare acquisizioni di una certa dimensione (Rtr vale, appunto, 1,5 miliardi) e dall’altra cercano aziende con una forte connotazione di competenze tecnologiche e manageriali. Proprio Bp ha già acquisito qualche mese fa il controllo di una società delle rinnovabili, l’inglese Lightsource Renewable Energy Ltd, costata 200 milioni di dollari. Inoltre stanno cercando di darsi una connotazione “verde” in opposizione alle polemiche sui danni ambientali, soprattutto in quei Paesi (ad esempio in Africa) dove avviano le esplorazioni e lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi. C’è poi da dire che l’energia verde continua a rappresentare il futuro ed è dunque necessario essere presenti con un piede.

In ogni caso Rtr rappresenta un bel banco di prova per il settore delle rinnovabili. Prova ne sia che la vendita sta avendo anche risonanza a livello politico. Rtr sta informando le autorità e le istituzioni in Italia sull’inizio del processo di vendita: un’operazione che, con le elezioni politiche alle porte, rappresenta un tassello importante nella strategia energetica del Paese.

Non è dunque un caso che tra i potenziali compratori pronti a prendere in considerazione il dossier, ci sarebbero anche i maggiori protagonisti italiani dell’energia, da Enel fino a Erg, ma anche private equity esteri, fondi pensione internazionali e fondi sovrani asiatici e del Medio Oriente.
Il controvalore della transazione è rilevante: circa 1,5 miliardi di euro. Rtr possiede 132 impianti, di varie dimensioni, distribuiti capillarmente in oltre cento municipalità, dal Friuli alla Sicilia. Con 332 megawatt installati è il primo operatore indipendente del solare in Italia e quello con la maggiore presenza sul territorio.

Il calcio d’inizio al processo di vendita di Rtr sarebbe già avvenuto venerdì scorso con l’invio dei «teaser» ai potenziali compratori. Al lavoro ci sarebbero gli advisor Jp Morgan, UniCredit e Jefferies.

Dopo una fase di esplorazione delle manifestazioni d’interesse, la prima scadenza è per fine aprile, quando dovranno essere inoltrate le offerte non vincolanti. Superata questa fase, al termine della quale ci sarà una scrematura dei potenziali compratori, è lecito attendersi per l’inizio dell’estate le proposte finali con l’individuazione di un acquirente.

Ma la cessione di Rtr diventa anche cruciale per i gruppi che puntano alla leadership assoluta in Italia nel settore delle rinnovabili. Non è un caso che all’asta starebbero partecipando i due maggiori player italiani del settore: cioè il gruppo genovese Erg e il colosso italiano dell’energia, controllato dallo Stato, Enel.
La prima è già il primo operatore italiano nell’energia eolica: di recente ha fatto il suo ingresso anche nell’energia solare. Il gruppo genovese della famiglia Garrone potrebbe essere un forte candidato all’acquisizione: inoltre non gli mancano le risorse. Enel, al contrario è presente nel settore tramite la joint-venture Ef Solare Italia, alleanza paritetica tra Enel e il fondo infrastrutturale F2i. La joint venture possiede già un portafoglio che nel corso degli anni è salito da 65 a 109 impianti, con una capacità installata in Italia di circa 365 megawatt.

In corsa infine potrebbero esserci anche grandi fondi pensione canadesi, utility tedesche (come Eon e Innogy), fondi sovrani asiatici e del Medio Oriente, ma anche grandi multinazionali mediorientali come la Masdar Abu Dhabi Future Energy.