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Cosi il Milan cinese spiava i dipendenti e pedinava i giornalisti

“La notizia è quella cosa che qualcuno, da qualche parte, non vuole sia pubblicata. Tutto il resto è pubblicità”. La frase di Lord Northcliff, giornalista ed editore inglese ai primi del 900, cofondatore e proprietario del Daily Mail e del Daily Mirror, non perde mai di attualità. A maggior ragione oggi, negli attuali tempi difficilissimi per chi fa il mestiere del giornalista.

La trama che ormai si sta delineando sull’ultimo anno e mezzo del Milan, nelle sua epoca cinese, è degno di un libro di spionaggio di John le Carré. Dopo tutti i dubbi sulla provenienza dei soldi di Yonghong Li, sparito dopo aver perso 400 milioni, ora emergono altri dettagli a tinte fosche dell’epoca cinese.

Nel voluminoso dossier che è stato presentato dal Milan, sotto la nuova gestione del gruppo finanziario americano Elliott, nella causa al Tribunale del Lavoro contro l’ex-amministratore delegato Marco Fassone, viene alzato il velo su un sistema sistematico di spionaggio utilizzato con costanza nei confronti di dipendenti del club e alcuni giornalisti, quelli più critici verso la gestione cinese. Quelli che sapevano, restavano indipendenti nei giudizi e non si piegavano ai comunicati ufficiali.

Nel Sole 24 Ore oggi in edicola queste attività vengono dettagliate e circostanziate.

Tutto inizia da un’attività di controllo delle voci di bilancio del nuovo Milan. Nel mese di luglio 2018 risultava infatti, tra i solleciti di pagamento pervenuti al club, anche un sollecito di fatture ancora inevase da parte della società Carpinvest, agenzia investigativa di Carpi. Inizia così la vicenda oggi sotto i riflettori per il dossier presentato al Tribunale di Milano.

L’attività di controllo successiva ha portato a svelare le motivazioni delle spese per circa 80mila euro. Tra le note di pagamento, c’è la fattura numero 134 del 31 marzo 2018, pari a un importo complessivo di 79.932 euro, risultata essere stata ammessa a fronte dello svolgimento di attività investigative, da parte appunto di Carpinvest.

Ad essere conoscenza di questa attività erano Marco Fassone alcuni alti dirigenti del gruppo rossonero, non si sa se su diretto ordine di Yonghong Li (o meno). Proprio l’ex-Ad nel mese di gennaio 2018 incontra i responsabili dell’agenzia investigativa e fa presente agli stessi la necessità di intervenire urgentemente al fine di evitare la continua fuga di notizie relative a dettagli economici e piani industriali della società sulla carta stampata”.

Ad essere spiati e pedinati erano 4 giornalisti di testate nazionali: Carlo Festa del Sole 24 Ore, cioè il sottoscritto, Luca Pagni e Enrico Currò di Repubblica e Tobia De Stefano di Libero Giornale, spiati e pedinati per giorni e giorni: con 4 investigatori e due auto a supporto per 11 giorni consecutivi.

Sui dipendenti e nelle stanze di Casa Milan venivano utilizzati il digital forensic, cioè il recupero e l’indagine del materiale trovato nei dispositivi digitali, avvenuto su 9 personal computer e smartphone, bonifica ambientale, per individuare possibili microspie nelle stanze del club. Per i giornalisti c’era invece il monitoraggio dinamico, ossia i pedinamenti e gli appostamenti.

L’avvocato di Fassone spiega che il suo assistito non è coinvolto in alcuna attività di spionaggio. Ma i pedinamenti e i controlli sui dispositivi elettronici ci sono stati e sono documentati. E allora chi ha incaricato Carpinvest? Chi sapeva? Il colpevole è il solito Yonghong Li, ormai sparito, che dava ordini dalla Cina?