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Milan, ecco cosa si nasconde dietro il piano B offshore dei cinesi

I capitali del consorzio cinese per acquistare il Milan saranno raccolti off shore fuori dalla Cina. E’ quanto ormai stanno spiegando diversi organi di stampa, riprendendo l’anticipazione di questa rubrica (“Milan, ecco perché anche i restanti 320 milioni potrebbero arrivare da Paesi offshore” dello scorso 12 gennaio). E’ infatti probabile che le autorizzazioni governative di Pechino non arriveranno per l’esportazione di capitali dalla Cina (o arriveranno solo per una piccola parte collegata a capitali privati), motivo per cui sarà necessario un copione simile a quanto fatto con i 100 milioni arrivanti dalle Isole Vergini e prestati dalla sede off shore di Huarong.
Tuttavia, al di là della chiusura dell’operazione sul club rossonero (prevista a inizio marzo) e del dibattito che si è ormai aperto tra chi considera l’operazione trasparente e chi invece la ritiene assai opaca, è necessario spiegare ai lettori il contesto economico e finanziario in cui si sta muovendo l’operazione in Cina. Il Paese è infatti in una situazione contraddittoria. La crescita economica della Cina resta importante, malgrado non più ai livelli stratosferici di un tempo, ma il vero problema resta il debito del Paese: tra debito pubblico e privato si supera infatti il 250% del Pil generato. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale ha messo in guardia Pechino. Il rischio, gigante, è che la bolla finanziaria che si sta venendo a creare possa scoppiare da un momento all’altro. Lo ha capito il governo cinese che ha cominciato a stare assai attento alla destinazione degli investimenti dei suoi gruppi: quindi basta investimenti e miliardi di euro buttati nel calcio, per fare un esempio. Ma il rovescio della medaglia è che la Cina, economia comunista ormai solo a parole, ha grandi milionari che ora temono di lasciare i propri soldi in Cina (per i timori sullo scoppio della bolla finanziaria) e quindi stanno dirottando i loro capitali verso paradisi fiscali. Questi stessi milionari stanno cercando investimenti fuori dalla Cina dove collocare i propri soldi. Il Milan, quindi, potrebbe essere un parcheggio, anche se come tutti gli investimenti sul calcio, rischierebbe più di bruciare i capitali che generare un rendimento. Tranne che la meta finale sia la quotazione della società in qualche Borsa asiatica, con la speranza di avere un ritorno.
Detto questo, i timori sul debito non elimineranno la presenza cinese nel mondo. Anzi, proprio in questa fase, malgrado i problemi in casa, Pechino sta cercando di prendere il posto come investitore a livello globale degli Stati Uniti, che con Donald Trump rischiano di chiudersi in se stessi. Insomma, dietro l’operazione Milan (con tutti i dubbi, retroscena, ipotesi e congetture smentite che siano in qualche modo soldi di Silvio Berlusconi all’estero) si nasconde la fotografia di quello che sta succedendo economicamente oltre la Grande Muraglia.