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Dopo il processo Mediaset la Procura di Milano punta ancora sui diritti cinematografici: domani attesa la sentenza sul produttore Stefano Dammicco

Proprio mentre si stanno accendendo i riflettori della ribalta al Festival del Cinema di Berlino, la Procura di Milano accende le sue attenzioni su una procedura abbastanza comune (e ovviamente non legale) nel settore cinematografico: quella della compravendita dei diritti cinematografici con costituzione di fondi all'estero dopo aver gonfiato i prezzi dei diritti stessi. Un reato, come è noto, alla base del processo Mediaset nei confronti di Silvio Berlusconi. Ma la Procura di Milano ha messo sotto osservazione il settore, a dimostrazione di quanto questo modo d'agire fosse comune in ambiente cinematografico.

 

Domani è infatti attesa la sentenza nei confronti del produttore Stefano Dammicco, anche ex marito dell'attrice Yvonne Sciò. Il pm di Milano Adriano Scudieri ha chiesto una condanna a 3 anni di carcere per il produttore Stefano Dammico , accusato di aver messo in piedi una truffa sui diritti televisivi da un milione di dollari, quando era amministratore delegato della Eagle Pictures, la casa di produzione e distribuzione cinematografica da lui fondata negli anni ottanta e ora di proprietà di Tarak Ben Ammar. La società  si è costituita ora parte offesa del reato contestato a Dammico. Secondo le indagini, il produttore milanese,  tra il 2006 e il 2007, avrebbe intascato «un ingiusto profitto» di poco più di un milione di dollari «con correlativo danno» per la casa di produzione. Questi capitali sarebbero stati nascosti in una banca svizzera (la Bsi tramite la Banca del Gottardo) e intestati a un nome di fantasia,  un certo «Aldo Subert», oscuro mediatore. Tuttavia, in realtà, di quel conto era beneficiario lo stesso Dammico.

Dammico avrebbe acquisito «licenze di sfruttamento dei diritti» televisivi relativi «alla collana The Maki Collection ed al film Little Fish da due società americane, fissando un prezzo di circa 220mila dollari. Nel frattempo, Dammicco si sarebbe però messo d'accordo con una società ungherese, intermediaria nella compravendita, per un prezzo per i medesimi diritti di oltre 1,2 milioni di dollari, cifra che sarebbe stata versata dalla Eagle Pictures. Quei soldi sarebbero poi finiti su un conto corrente a Lugano della Bsi. La denuncia di truffa era stata presentata cinque anni fa in Procura a Milano da Shlomo Blanga, socio di minoranza.